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News Benessere Finanziario

Wi-fi Libero per Comuni e Poste 
17 Gennaio 2011

immagineDoveva essere la fine dell'oscurantismo per il wi-fi pubblico, la liberalizzazione degli hot spot con la diffusione capillare di un accesso a Internet senza fili dai tavolini di bar, enoteche, ristoranti e, magari, librerie. Per adesso è il caos. Certo, la fine del decreto Pisanu contro il terrorismo non poteva sortire effetti in così pochi giorni: è stato abrogato con il Milleproroghe da un paio di settimane e gli hot spot non nascono come i funghi. Ma il problema non è solo il poco tempo trascorso: la cancellazione dell'articolo 7 del decreto, che con i suoi vincoli frenava la diffusione del wi-fi pubblico, ha paradossalmente aumentato la confusione su chi deve fare cosa. Il sottobosco di norme, codicilli e regole che emergono dall'intreccio tra Codice delle comunicazioni e diritti come quello alla privacy è fitto.

L'abrogazione del decreto, che aveva introdotto dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra non solo l'obbligo di registrazione alla questura ma anche quello da parte dell'esercente di fotocopiare e conservare la carta d'identità dei navigatori saltuari e non, attende ora il passaggio alle Camere. Ci sono 60 giorni per convertirla in legge. Nel frattempo, dopo l'allarme lanciato anche dal procuratore antimafia Piero Grasso sui pericoli legati dall'uso di reti pubbliche da parte di criminali e pedofili, ci sono due scuole di pensiero agli Interni: c'è chi vorrebbe tornare a dei vincoli pressanti, con il supporto e l'alleggerimento della tecnologia, e chi vorrebbe distinguere totalmente un hot spot pubblico, magari in un bar, dagli Internet point.

A raccolta sono stati chiamati anche i superesperti della polizia di Stato e della polizia postale. È probabile che la soluzione passerà da piattaforme che dovranno effettuare il riconoscimento dei navigatori tramite sim telefonica o carta di credito. In ogni caso la materia andrà riordinata, anche perché non più al passo con i tempi. Senza contare che l'apertura in piena libertà da parte degli esercenti della propria rete al pubblico potrebbe comportare delle responsabilità: anche se non ci sono più le conseguenze penali della legge Pisanu, nei contratti con gli operatori è comunque previsto l'obbligo della gestione della rete con i precetti civilistici del buon padre di famiglia.

E dunque? Tutto fermo come prima? A dire la verità no perché se il privato resta alla finestra per capire se, regole o non regole, si svilupperà una domanda di mercato magari tramite la diffusione di eBook e tablet stile iPad, il pubblico sembra invece molto attivo. Dopo il progetto lanciato recentemente dal Comune di Milano che, come anticipato dalla cronaca di Milano del Corriere, per sei mesi attiverà una sperimentazione per aprire un'autostrada wi-fi in pieno centro da piazza Castello a San Babila, passando per il Duomo, il prossimo annuncio potrebbe arrivare dalle Poste Italiane.

L'amministratore delegato, Massimo Sarmi, starebbe valutando un progetto per aprire le reti wi-fi degli uffici postali. Una sorta di "piano blockbuster" per attirare i giovani. Sarmi starebbe anche pensando a una qualche forma di limitazione (magari in termini di mega di traffico dati al giorno) per evitare che gli uffici si trasformino in luoghi di ritrovo stile bar. È probabile che non si parli di tutti i 14 mila uffici del gruppo, ma anche l'apertura di poche centinaia di accessi proietterebbe le Poste alla guida del movimento wi-fi liberi: per adesso gli hot spot pubblici e gratuiti sono fermi a poco più di 4 mila. Anche se per Massimiliano Mazzarella di Futur3 c'è il pericolo che queste statistiche non diano una corretta visuale sulla dinamicità territoriale e locale.

In effetti Futur3 con Trentino Network ha avviato uno dei progetti più interessanti con 1.250 hot spot in Trentino Alto Adige e 55 mila iscritti. Di questi 13 mila la usano almeno una volta al mese. "Il che dimostra che c'è una domanda per questo tipo di servizi" conclude Mazzarella. Il progetto che era partito con 2 milioni di investimenti da parte della Regione si autosostiene con un modello di business basato sull'intromissione di spot e pubblicità geolocalizzata nella navigazione, ma allo stesso tempo ragionata in termini di servizi locali per l'utente. Il mix è potente. Per usare la rete bisogna registrarsi. E dunque la società sa esattamente chi siete, cosa fate, quanti anni avete e quante volte usate la rete. All'utente decidere se accettare il baratto.

In effetti il problema della mappatura dell'esistente c'è: ogni volta che si apre un hot spot outdoor bisogna inviare la segnalazione cartacea al ministero dello Sviluppo economico. Per ora non sono state tirare le somme. Ma è possibile che l'attivismo degli enti locali abbia dato dei risultati portando quel numero a livello più concorrenziali in Europa. Solo la Provincia di Roma con un progetto voluto dal presidente Nicola Zingaretti ha superato quota 500. Ci si collega da bar e biblioteche ma tutte le pratiche sono gestite dalla piattaforma pubblica. Il comune di Venezia ne ha almeno 150 sul Canal Grande anche se nei vicoletti e nelle calli della laguna non c'è wi-fi che possa sfondare. E poi c'è il progetto Free Italia wi-fi lanciato da questi due enti locali insieme alla Regione Sardegna per una rete federata nazionale che permetta con le stesse credenziali di accedere da tutto il territorio nazionale a hot spot simili.

A febbraio è attesa l'apertura del primo accesso di Free Italia a Prato. Poi c'è Firenze. Mentre le manifestazioni di interesse sono arrivate anche da Pistoia, Pesaro, Urbino, Potenza, Bari, Rieti, Torino e Carbonara. La dinamicità degli enti locali si giustifica sia con l'investimento richiesto molto ridotto (a Milano si partirà per esempio aprendo la rete già esistente dell'Atm) sia con la possibilità, nel caos normativo, di gestire con facilità la registrazione dei cittadini. Ciò non vuol dire che non ci siano ostacoli. Il ministero degli Interni starebbe proprio in queste ore valutando se sanzionare Genova e Perugia per difetti formali sull'apertura di hot spot pubblici. Inoltre ogni volta che la provincia di Roma vuole mettere un'antenna deve fare un Dichiarazione di inizio attività di 4-5 pagine al comune di Roma con relativo bollo da 52 euro. Ma è comunque interessante che la politica locale abbia compreso che l'offerta di un accesso Internet comincia ad essere equiparata dai cittadini a un accesso stradale. Dunque è valuta elettorale.

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