I Sogni Sono Utili al Cervello

In psicologia si è scoperto che i sogni sono utili al cervello. Non si tratta infatti soltanto di immagini mentali, che corrispondono ad un periodo di inattività del cervello, ma i sogni svolgono importanti funzioni, che riguardano soprattutto il funzionamento della memoria. Così infatti hanno dimostrato diverse ricerche condotte nell’ambito della neurofisiologia. Per ciò che riguarda il sonno, i sogni hanno un’importanza particolare. Come ha spiegato il professor Giuseppe Plazzi del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Bologna.

Numerosi studi hanno ormai dimostrato che il sonno esercita un’influenza positiva sul funzionamento della memoria, chiamata sleep effect. Lo sleep effect è dovuto a diversi fattori, come la riduzione delle interferenze causate dagli stimoli esterni che si verifica mentre si dorme, ma è anche la conseguenza di una funzione attiva del sonno nel consolidare le informazioni che sono presenti nella memoria.

Nelle prime fasi del sonno i sogni avrebbero la funzione di stabilizzare e di rafforzare la memoria, invece nella fase REM avrebbero il ruolo determinante di riorganizzare l’immagazzinamento dei ricordi, permettendo di integrare e confrontare le nuove esperienze della mente con quelle già consolidate. Un lavoro preciso di sistemazione, in modo da non creare confusioni e sovrapposizioni.

Una ricerca scientifica ha dimostrato che gli uomini e le donne fanno sogni diversi. In ogni caso è stato appurato che la funzione di riorganizzazione della memoria avviene anche in quella modalità che viene definita sogno ad occhi aperti. Gli occhi guardano i sogni come se fossero realtà, la mente vaga lontano, mentre il cervello è attivo nella rielaborazione degli stimoli, come hanno dimostrato anche dati relativi al consumo di ossigeno da parte del cervello, nel momento in cui si trova impegnato in sogni ad occhi aperti.

Molto interessante anche un’altra funzione dei sogni, che riguarda quelli che si distinguono per un forte contenuto emotivo spiacevole. In questo caso è come se la mente volesse far perdere ad essi la loro forza, per integrarli meglio nei ricordi, senza conflitti.

Lo Sport Contro l’Obesità

L’attività sportiva, associata ad un corretto regime alimentare, è il miglior modo per prevenire o arginare lo stato di sovrappeso che, a livelli elevati, è definito obesità e costituisce un grave rischio per la salute dell’individuo.

Si stima che in Italia oltre 4 milioni di individui, fra adulti e bambini, siano in situazioni di obesità. E’ una situazione fortemente debilitante, che espone al rischio di contrarre malattie cardiovascolari e insulino resistenza. Il grave sovrappeso può determinare ipertensione, tendenza alla ritenzione di sodio e ipercolesterolemia.

Individuiamo nella regolare attività fisica, e nel controllo della quota calorica assunta con gli alimenti, la prima e più efficace linea di risoluzione del problema in quanto, solo una piccola percentuale di obesi, ha cause genetiche o disfunzioni metaboliche che determinano il loro sovrappeso.

E’ possibile distinguere due tipi di obesità: androide (tipica del sesso maschile e che, per altro, espone a maggiori rischi) e ginoide (caratteristica del sesso femminile).

Il tessuto adiposo è costituito da cellule bianche e cellule brune. Le cellule bianche tendono a sostituire le cellule brune con il passare del tempo, possono accumulare più grasso ed hanno la capacità di secernere TNF e citochine. Le cellule brune sono particolarmente distribuite nei soggetti esposti a basse temperature e nei neonati. Il “grasso bruno” è riccamente vascolarizzato, e si localizza prevalentemente a livello viscerale.

Un’altra caratteristica del tessuto adiposo è la capacità di produrre leptina, una proteina in grado di agire sull’ipotalamo limitando lo stimolo della fame. La sua produzione è proporzionale alla presenza di adipe corporea. Tuttavia, si instaura una forma di resistenza alla leptina che ne diminuisce drasticamente l’efficacia. Nelle fasi di dimagrimento la produzione di leptina cala e, questo, spiegherebbe in parte l’incremento della fame. Per altro i recettori ipotalamici risultano più sensibili alla sua diminuzione che non al suo aumento.

L’ipotalamo è poi influenzato anche dalla grelina che lo stimola ad aumentare il desiderio di alimentarsi, ed è una proteina particolarmente presente negli individui a dieta ipocalorica.

Questi meccanismi di “difesa” dell’organismo, a parte le implicazioni sociologiche, fanno facilmente comprendere che, un regime dietetico particolarmente restrittivo (diete drastiche), oltre ai potenziali rischi cui espone, è scarsamente sostenibile sul lungo periodo.

Pertanto, la situazione di equilibrio ideale, risiede nella corretta alimentazione (e non nella temporanea sottoalimentazione) associata ad uno stile di vita attivo.

Il Business dell’Oro Blu

Sull’acqua c’è una partita miliardaria che con la promessa di servizi più efficienti apre la strada a grandi business. La corsa alla spartizione della torta dell’oro blu è già partita, l’unico ostacolo è il referendum. Il voto del 12-13 giugno è il “fermo” nel meccanismo che dopo la riforma del 2008 viaggia in discesa verso la privatizzazione dei servizi idrici. Si vota per abrogare la legge che affida alle imprese private la gestione delle risorse idriche, entro la fine dell’anno.

Vuol dire che il mercato delle bollette, già aumentato del 65% negli ultimi otto anni, e la gestione degli investimenti per ristrutturare la rete degli acquedotti stimata in 64 miliardi (in 30 anni) che saranno in parte finanziati dallo Stato e in parte ancora dalle bollette, sono destinate quindi a crescere ancora. Un mercato già ricco, visto che ogni italiano spende in media 301 euro all’anno per l’acqua (erano 182 nel 2002), e che lo sarà sempre di più.

L’Italia è piena d’acqua. La pioggia “regala” tremila metri cubi di acqua pro capite all’anno, 157 miliardi in totale. Non tutta può essere immagazzinata, naturalmente. Ma il fatto che di tutta quell’acqua alla fine ai rubinetti ne arrivino solo 136 metri cubi a testa indica la natura e le dimensioni del problema. E’ la rete idrica, infatti, la malattia del sistema. Gli acquedotti italiani sono dei veri e propri colabrodi che, secondo dati Censis di fine 2010, perdono per strada 47 litri ogni cento trasportati con un forte danno economico.

I picchi di spreco sono altissimi: a Bari per esempio, bisogna mettere in rete 206 litri di acqua per farne uscire 100 dai rubinetti, a Palermo 188. Ci sono anche esempi di virtù, come Milano dove si perdono solo 11 litri ogni cento. Ma siamo nel complesso ben distanti dagli altri paesi europei. In Germania si perdono sette litri ogni cento (e viene considerato uno scandalo, sottolinea il Censis), 13 in media in Europa.

Dunque una riforma della rete è indispensabile. Un primo tentativo c’è stato nel ’96 con la legge Galli che ha tolto la gestione ai Comuni e l’ha affidata ai 92 Ato (Ambiti territoriali ottimali) che dovevano programmare gli interventi per migliorare la rete e poi riaffidare il servizio. Con gli Ato sono arrivate anche tariffe rigide: aumento massimo del 5% annuo delle bollette e un 7% di rendimento garantito al gestore.

Ma la riforma non è mai arrivata in porto. Nella stragrande maggioranza dei casi la gestione della rete è tornata in mano ad enti pubblici e solo metà degli investimenti previsti è andata a buon fine, anche perché lo Stato dal ’96 ha tagliato da 2.000 a 700 milioni gli stanziamenti per acquedotti, fogne e depuratori.

Nel 2008 è arrivata la riforma pro-privati che il referendum vuole abrogare. Il boccone più grande sono quei 64 miliardi di interventi necessari per la ristrutturazione che solo per il 14%, stima il Censis, arriveranno da fondi pubblici. Il resto sarà pescato dalle bollette, con un aumento nei prossimi dieci anni che le stesse aziende del settore idrico, attraverso il centro studi Utilitatis, stimano in un +18%.