La Sindrome del Giardino Incantato

Le persone che hanno avuto genitori invadenti continuano da adulti a soffrire di una dipendenza inconscia da madre e padre, che li porta a non deludere mai le loro aspettative. Si può chiamare “sindrome del giardino incantato”, per indicare il mondo di bambagia in cui sono stati fatti crescere e l’incantesimo che non riescono a spezzare.

Camuffata da buon rapporto tra le due generazioni, la presenza dei genitori si fa eccessiva, fino a voler sapere tutto dei figli e dal fornire loro consigli su ogni scelta. I figli, con la scusa di essere bravi ragazzi, non riescono più a svincolarsi dall’obbligo di raccontare tutto ai genitori, tanto da perdere l’autonomia delle decisioni e da lasciarli interferire nelle scelte della propria vita.

Il problema si evidenzia soprattutto quando da adulti creano una loro famiglia, sposandosi e avendo dei figli. Credono, infatti, che l’unico mondo in cui è possibile vivere sia quello della casa d’origine, dalla quale, inconsciamente, non si distaccano mai.

Rispettare i genitori non vuol dire comportarsi tutta la vita come un figlio dipendente bensì, a un certo punto, diventare adulti grazie a un processo di maturazione che il padre e la madre stessi dovrebbero auspicare e aiutare.

A renderli orgogliosi non dovrebbe essere un figlio che, a trent’anni o più, continui a chiedere loro consigli su qualsiasi passo debba compiere, ma uno che, sulla base di quanto gli hanno insegnato, sappia muoversi in maniera autonoma nelle difficoltà della vita.

Solo diventando uomini e donne mature si dà il giusto peso al ruolo di madre e padre, che sono indispensabili quando il figlio è un bambino, ma che poi, passo dopo passo, devono lasciare spazio alla personalità del ragazzo e, infine, alle decisioni dell’uomo adulto. Si impara di più sbagliando di propria iniziativa che recitando alla perfezione il copione del bravo ragazzo di famiglia.

Se chi soffre di sindrome del giardino incantato vive nella famiglia di origine, va spronato a uscirne e a responsabilizzarsi. Un’ottima occasione di maturazione e di rafforzamento dell’io adulto è andare a vivere in un piccolo appartamento, da gestire autonomamente, pagando l’affitto con i proventi del proprio lavoro, non spesati dai genitori.

Se la persona ha formato un nucleo familiare, il percorso è più delicato in quanto influenza il partner e i figli, ma il coniuge può contribuire attivamente. Chi è in coppia deve sforzarsi di destrutturare l’idea di famiglia che si è fatto per costruirne una reale di cui essere artefice.

La casa va gestita insieme: non deve esserci un partner su cui ricada tutto il lavoro domestico e l’altro impegnato solo a studiare, andare in palestra, fare carriera, altrimenti il rapporto non è più paritario. L’idea della mogliettina sorridente deve lasciare spazio a quello di una donna che fa tutto ciò che può, ma che non è la perfetta massaia, anzi spesso ha bisogno di una mano. La casa non è la dimora dei sogni, ma un contenitore da gestire e curare in due.

Il Narcisismo e le sue Cause

In una società che pone l’io al centro del mondo, come si devono considerare i narcisisti? E’ la domanda che vede schierati psicologi e psichiatri italiani da una parte e americani dall’altra. Questi ultimi propongono di cancellare il narcisismo dall’elenco dei disturbi psichiatrici, perchè gli innamorati di sé sono ormai troppo diffusi per essere considerati tutti malati. Ma gli psicologi dell’Ordine del Lazio non ci stanno e si dichiarano contrari al provvedimento.

Tutto ebbe inizio da una leggenda mitologica, che narra del superbo Narciso, mito greco di rara bellezza, condannato dagli dei ad amare solo se stesso dopo aver disprezzato chiunque gli volesse bene. Si innamora così della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua ma, rresosi conto dell’irrealtà del proprio sentimento, si uccide per il dolore.

Il mito di Narciso diventa dunque simbolo dell’amore ossessivo per se stessi: alla fine dell’800 un sessuologo inglese usa il termine narcisismo per indicare il desiderio perverso per il proprio corpo. E’ a Freud, che si deve una prima definizione di amore per se stessi che, quando raggiunge i livelli più estremi ed esclusivi, determina una vera e propria malattia mentale.

Negli anni 70 in narcisismo entra ufficialmente nel “Manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali”, dove viene descritto come un disturbo della personalità caratterizzato da una percezione eccessivamente idealizzata di se stessi, che porta all’incapacità di provare qualsiasi considerazione per i sentimenti degli altri.

Il bisogno primario di un narcisista è quello del riconoscimento e della considerazione altrui. Anche le persone sane hanno questo impulso , ma nei limiti della norma: ognuno ha una sorta di bilancia interiore in cui pesano da un lato la considerazione per i propri bisogni, dall’altro la preoccupazione per chi si ama e il desiderio di prendersene cura. La persona trova un equilibrio tra l’amore per se e l’attenzione per il prossimo, da cui dipendono la salute mentale e il vivere bene in società. Quando però questa armonia viene compromessa da un’eccessiva predominanza dell’aspetto egoistico rispetto a quello altruistico, si scivola nel disturbo della personalità. Ciò succede quando l’amor proprio assume un’intensità tale da annientare ogni tipo di riguardo nei confronti dell’altro.

Questi comportamenti compromettono le relazioni sociali e affettive del narcisista e sono motivo di grande sofferenza. Nelle forme più serie, il disagio può evolvere in sindromi depressive o manifestazioni psicopatiche. In campo amoroso, il narcisista passa da una relazione all’astra disinteressandosi completamente delle persone che abbandona. La modalità affettiva predominante è quella predatoria: a fronte di grandi aspettative emotive da parte del partner, l’innamorato di sè non investe molto nella relazione perchè troppo preso da se stesso.

Sulle cause ci sono diverse teorie. Alcuni affermano che una scarsa considerazione e gratificazione da parte dei genitori in età infantile giochi un ruolo importante, per cui, i narcisisti sentendosi svalorizzati, hanno sviluppato un’immagine di se fragile e immatura. Secondo altri, la rappresentazione grandiosa di se e il comportamento arrogante sono una difesa contro i sentimenti di rabbia, invidia e svalutazione e a cui risponde sminuendo gli altri e idealizzando se stesso.