Genitori Chioccia, Figli Insicuri

Un gruppo di ricercatori del Centro di salute emotiva dell’Università Macquaire di Sidney ha condotto uno studio per verificare se l’atteggiamento di una mamma può influire sul carattere dei figli. La ricerca ha riguardato 202 bambini, metà dei quali mostrava un atteggiamento inibito e metà invece disinibito. Tutti sono stati valutati quando avevano 3-4 anni e poi a distanza di cinque anni.

I piccoli sono stati invitati a eseguire una serie di esercizi con le mamme accanto. Le madri erano tenute ad aiutare sono se era necessario e a compilare dei questionari sul loro modo di comportarsi e di vivere la genitorialità. D’analisi dei risultati, è emerso che i bambini che in età prescolare risultavano ansiosi e inibiti con madri iperprotettive, che tendono a non lasciarli mai soli e ad aiutarli in ogni momento, o con disturbi d’ansia hanno un rischio maggiore di soffrire a loro volta di ansia durante l’età scolastica.

Le evidenze emerse dallo studio australiano non sono certe sorprendenti, ma confermano quanto già si sapeva. La psicologia è un pò come la matematica: i conti devono sempre tornare. “Se una madre è ansiosa, tutela eccessivamente il figlio, è iperprotettiva, è logico che poi anche il bambino sia impaurito e inibito” commenta Luca Mazzucchelli, psicologo a Milano.

In effetti, se un bimbo viene abituato fin da piccolo ad avere genitori onnipresenti, pronti a rispondere immediatamente a ogni sua richiesta d’aiuto, a sottolineare con avvertimenti e frasi come “stai attento”, “no così ti fai male”, “quello è pericoloso” ogni suo tentativo di emancipazione, difficilmente impara a essere autonomo e fiducioso verso il mondo e gli altri. E’ molto più probabile che interiorizzi l’angoscia e la preoccupazione dei genitori, facendole diventare sue.

Avere genitori chioccia, se non addirittura “elicotteri”, ossia genitori che hanno la tendenza a ronzare sempre sopra la testa e la vita dei propri figli, è come camminare con una stampella: si è dipendenti da un supporto che diventa un ostacolo.

“Mamme e papà iperpresenti possono sembrare un aiuto, ma con il tempo diventano un impedimento. Come chi impara a camminare con una stampella e, quando deve lasciarla, tentenna e inciampa, così chi vive sotto l’ala protettiva dei genitori fa fatica a diventare indipendente e a fidarsi dei propri mezzi e di ciò che lo circonda” spiega lo psicologo. Più questa presenza è duratura e forte, più diventa difficile affrancarsi. Servono allenamento e determinazione, come quando si ritorna a camminare contando sulle proprie forze.

Gli Schiaffi non Sono Educativi

Oltre un quarto dei genitori italiani ricorre più o meno di frequente allo schiaffo per punire i figli. Tuttavia, mentre tre mamme su quattro sanno perfettamente che alzare le mani non insegna proprio nulla ai bambini, per alcuni genitori il ceffone ha una vera e propria valenza educativa.

Lo rivela una ricerca di “Save the children”: anche se non ne vanno affatto fieri, padri e madri italiani ammettono di perdere le staffe con i figli, specialmente quando non riescono ad imporsi con altri mezzi. Ma , se in un momento di rabbia, una sberla o una sculacciata può scappare, la violenza non può essere considerata un metodo educativo. Oltre ad essere inefficace, infatti, comporta una serie di conseguenze, che vanno ben oltre il rossore della guancia.

Lo schiaffo serve più al genitore che al figlio: lo aiuta a scaricare la rabbia del momento e a ricordare al bambino, nel modo più diretto e immediato possibile, chi comanda. Per un sondaggio su mille genitori, la metà di chi confessa di ricorrere alle mani lo fa di tanto in tanto, come misura estrema di fronte a un capriccio o una grave disobbedienza. Tra le principali motivazioni, ci sono sentimenti come esasperazione e spavento, seguiti dalla volontà di segnalare in modo inequivocabile che si è superato il limite di sopportazione.

Il problema di fondo è l’incapacità di autocontrollo degli adulti. Dare uno schiaffo è un gesto d’impulso, mosso da nervosismo, frustrazione per non essere ascoltato, paura di non essere credibile nel ruolo genitoriale. Ciò non ha nulla a che vedere con la volontà di educare. L’educazione è un progetto, fatto di azioni programmate e pensate, non di reazioni istintive dettate da sensazioni negative. In quel momento, i grandi non pensano al bene dei proprio piccoli: hanno solo bisogno di sfogarsi.

Lo schiaffo è solo punitivo, mai educativo. Nell’immediato, blocca l’azione del bambino e dà più incisività a un rimprovero, dando all’adulto la sensazione di aver raggiunto il suo scopo. Ma non trasmette nessun messaggio positivo e non serve a comunicare con il piccolo, che capisce di aver sbagliato m non il perchè, e probabilmente ripeterà lo stesso errore in futuro. Il piccolo infatti ricorderà solo la conseguenza finale del suo comportamento e non cosa l’ha scatenato.

I bambini imparano a gestire lo stress da mamma e papà: se questi urlano, picchiano e insultano, loro impareranno a tenere lo stesso comportamento in situazioni simili. Alzando le mani, li si autorizza implicitamente a utilizzare gli stessi mezzi per affermarsi e farsi valersi con gli altri. Invece bisogna insegnare che ogni gesto deve essere pensato, prima di essere metto in atto. Inoltre picchiare è una mancanza di rispetto: come si può insegnare ai bambini l’importanza di questo valore se i genitori sono i primi a violarlo?

Anche le parole possono trasformarsi in armi di violenza, se usate male. Gli insulti, le minacce, gli appellativi umilianti e le anticipazioni verbali come “A casa facciamo i conti”, sono da bandire.

I quattro principi della sana genitorialità sono i pilastri di un progetto educativo basato sul buon esempio e la condivisione di comportamenti corretti tra grandi e piccini. Mettendoli in pratica, si insegna ai figli a gestire i conflitti, le situazioni difficili della vita e i sentimenti negativi senza violenza.

1. Concentrarsi su obiettivi importanti: ogni giorno si pretendono dai figli tante obbedienze immediate. Ogni volta che il figlio non obbedisce partono le mani. Così si sprecano energie e si indebolisce il rapporto con il bambino: è meglio riservare le attenzione agli obiettivi educativi, come accettare i no.

2. Fargli sentire il proprio affetto: i bambini imparano meglio quando si sentono rispettati, compresi e protetti. Se sanno di poter contare sulla comprensione di mamma e papà saranno motivati a migliorarsi.

3. Dare chiari punti di riferimento: educare non significa imporre regole dall’alto, ma dare ai bambini gli strumenti necessari per raggiungere i loro obietti.

4. Vedere le cose dal suo punto di vista: se il genitore prova a guardare il mondo con gli occhi di un bambino può capire meglio il suo comportamento.

Prendere la Vita con Lentezza

In un mondo che va di fretta i sentimenti più profondi sono i primi a rimanere indietro. Tra questi l’amore, ormai diventata un’emozione usa e getta da vivere in modo sbrigativo. L’amore è un sentimento intenso che si costruisce giorno per giorno e che non si può pianificare.

Nella nostra società, invece, c’è una forte smania di raggiungere il nirvana sentimentale, di voler trovare l’amore giusto, nonchè un forte conformismo nel vivere i rapporti di coppia attraverso tappe prestabilite (fidanzamento, convivenza, matrimonio, figli eccetera). Tutto questo tende ad affrettare i rapporti, indebolendoli.

La soluzione sta nel rompere qualsiasi schema, nel vivere la relazione amorosa con intensità, senza prefissare alcuna tappa. Tutto arriverà da sè quando sarà il tempo. Se c’è calma, inoltre, anche se il sentimento non è destinato a durare potrà sempre sfociare in un’ottima amicizia o in un rapporto paritario basato sul rispetto reciproco.

Anche la crescita dei bambini deve camminare lentamente. A lanciare questo nuovo modello di educazione “lenta” è stato Carl Honorè, scrittore. Il suo obiettivo è quello di riportare equilibrio nella vita familiare; niente più corsi di lingua a quattro anni, lezioni di piano forte a cinque e sport agonistici fin dalla culla con l’obiettivo di far diventare il figlio uno star.

Crescere un bambino deve diventare un viaggio piacevole per tutti: il piccolo deve poter scegliere cosa fare nella vita senza imposizioni e gli stessi genitori devono dedicargli del tempo in modo continuativo, senza riempirlo di giochi inutili o progetti ingombranti. In sostanza, bisogna lasciare i figli liberi di vivere la loro vita con calma. Avranno sempre tempo per conoscere la fretta.