C’è chi come Luigi Tischer, direttore strategico di Robur (azienda bergamasca che produce sistemi di riscaldamento e per il 60-70% vende oltre-confine, pur utilizzando tutti componenti made in Italy), ritiene che “il confronto vada fatto con altre regioni europee e mondiali, perché i nostri competitors sono a Stoccarda, Shanghai e Singapore”. C’è Claudio Migliorati, direttore sistemi informativi di Sabaf (azienda bresciana che produce componenti per apparecchi domestici per la cottura a gas e dal 1998 è persino quotata in Borsa) che “ritiene l’utilizzo dell’Ict nelle aziende come un passo necessario, ma partendo dal basso, cioè dalle reali esigenze produttive”. E c’è Fausto Lucà, amministratore unico di Flex (realizza colonnine estensibili per le “file” negli aeroporti e stazioni), che ha puntato fin dall’inizio sull’informatizzazione dei processi produttivi.

Il pil pro-capite di una regione va di pari passo con il suo indice di modernità. E se la modernità si misura in base all’utilizzo dell’Information Technology nelle imprese, nella pubblica amministrazione e per usi domestici, la cartolina che lo studio restituisce alla Lombardia è in chiaro-scuro. Le luci, tante: la Lombardia è all’avanguardia per cultura Ict (sforna il 26% dei laureati del settore) e per tasso d’utilizzo di tecnologie informatiche in azienda. Le ombre, alcune: pochi finanziamenti, una non perfetta digitalizzazione della pubblica amministrazione, le infrastrutture di rete inadeguate.

A chiarire la portata della scommessa ci pensa un report di Boston Consulting Group, leader nella consulenza strategica: “Nel ranking delle prime 50 imprese più innovative al mondo, almeno 20 rappresentano casi di eccellenza nelle tecnologie Ict” ha ricordato Paolo Pasini della Sda Bocconi

La banda larga in Italia non funziona come dovrebbe. Le autostrade digitali, come sono state più volte definite, subiscono rallentamenti e ingorghi, penalizzando le imprese. Se Stefano Scaglia, vice-presidente di Confindustria Bergamo, punta il dito contro “l’incapacità italiana di fare sistema, affidandosi a qualche imprenditore illuminato che decide d’investire con determinazione in It”, Luigi De Vizzi, direttore Pmi Ibm Italia, crede sia necessario “un salto culturale da parte delle aziende: L’information technology a regime deve servire dal back office al front end, dalla realizzazione del prodotto alla sua vendita”.

Teoricamente in accordo Luigi Tischer (Robur) che però sottolinea la necessità di “un vero supporto delle infrastrutture Ict, altrimenti si lascia l’imprenditore solo con le proprie scelte”. E appurato che il divario digitale penalizza il sistema-Paese, c’è un altro fattore che limita fortemente l’accesso alle tecnologie informatiche in ambito aziendale: la difficoltà di accedere ai finanziamenti.

Studiare una fiscalità di vantaggio per chi investe in It? Supportare le pmi attraverso accordi con le banche per l’accesso al credito a tassi agevolati? Incentivare i contratti di rete per le aziende che decidano di aggregarsi? Che sia la longa manus pubblica a dover intervenire è chiaro: il 97% del tessuto produttivo italiano è formato per l’appunto da piccole e medie imprese con meno di 250 dipendenti e “per fare degli investimenti in Ict è necessario realizzare degli utili”, prosegue Scaglia. “Non sempre è possibile e spesso mancano anche le competenze professionali all’interno”delle aziende, dice De Vizzi (Ibm), per implementare al meglio le nuove tecnologie”.

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